Long Chu: “Ora sono solo in un matrimonio asessuato con me stesso”

Pubblicato da Osservatorio di Bioetica il

dal blog di Savino Paciolla

Quanta umanità che si perde, in questi nostri tempi moderni così avanzati ma anche così vuoti….

La pazzia di farsi prendere dalla insaziabile mania del desiderio. Un desiderio nichilista che porta alla castrazione di un organo vero per una finta vagina. Una pazzia che diventa dramma quando si sa già in anticipo che il desiderio non sarà soddisfatto e acquietato. Forse non ha avuto la grazia di incontrare qualcuno che gli testimoniasse che quel desiderio può essere placato solo da un Altro. Ma questo è il frutto e la tristezza dei nostri tempi moderni liquidi.

Andrea Long Chu, recording new book (ALC Twitter account)

Rod Dreher ritorna nuovamente sul caso di Andrea Long Chu. Ecco il suo articolo nella mia traduzione.

Circa un anno fa, scrissi in questo spazio su Andrea Long Chu, un uomo che era sul punto di fare un’operazione di cambio di sesso, e che scrisse un editoriale sul New York Times (NYT) a riguardo. 

L’articolo sul NYT fu molto controverso all’epoca. Chu ci disse che non si aspettava che la sua pseudo-vagina lo rendesse felice, ma meritava comunque di avere una pseudo-vagina, semplicemente perché la voleva. Il desiderio è la sua stessa giustificazione, in altre parole. Chu scrisse che per il resto della sua vita, avrebbe dovuto inserire un oggetto nella sua falsa vagina per evitare che guarisse, perché il suo corpo lo avrebbe considerato una ferita. Come scrissi in risposta:

Capite cosa sta succedendo qui? Chu dice che le cure che gli hanno dato i medici lo stanno facendo ammalare di più, facendogli persino desiderare il suicidio. Ma se vuole soffrire e morire, allora dovrebbe avere questo diritto. Soddisfare il desiderio è l’unica cosa che conta.  

Questo povero uomo con i capelli color asparago si sottoporrà alla mutilazione la prossima settimana, e dovrà passare il resto della sua vita inserendo un oggetto nella ferita che i chirurghi avranno fatto nella sua zona pubica, per evitare che il suo corpo si guarisca da solo. Quest’uomo – “come molti dei miei amici trans” – si aspetta che questa procedura medica non lo renda più felice, e di fatto può farlo sentire più miserabile, persino suicida.

Ma lo vuole. Persone come lui vogliono che tutta la società rovesci le sue leggi, i suoi costumi e le sue norme per facilitare questo desiderio, e che agisca come se non ci fosse nulla di sbagliato in esso. E la società sta dando loro ciò che vogliono, e punendo coloro che negano che questo sia il paradiso.

Liberare la volontà autonoma dal sesso e dalle norme di genere è il summum bonum del progressismo americano contemporaneo. L’insaziabilmente miserabile Andrea Long Chu è la sua incarnazione.

Beh, stiamo arrivando all’anniversario di un anno dalla castrazione dei genitali maschili di Chu, e il critico miserabile si siede con il New York Magazine per parlare del nuovo libro del signore. Estratti:

Quasi un anno dopo l’intervento, dice di sentirsi più infelice di quanto si aspettasse. “E’ una vendetta perversa”, aggiunge con un sorriso ironico. Vestita con una tuta con fiori bianchi e blu, si sfiora una tenda di riccioli dal viso con un gesto del polso, rivelando il tatuaggio di una vulva geometrica sul lato inferiore dell’avambraccio. “E’ molto pericoloso ottenere quello che vuoi”.

Allora, c’è un po’ di stabilità nella vita di Chu. Andiamo oltre:

Chu aveva 23 anni, un paio d’anni dopo gli studi di dottorato e nel bel mezzo di una rottura con una ragazza, quando si è sentita costretta alla transizione. Nel giro di una settimana, aveva comprato il suo primo reggiseno. Non stava “uscendo dall’armadio” (non stava facendo coming out, ndr) dopo anni che si nascondeva coscientemente (o inconsciamente); il desiderio di essere una donna è sceso su di lei improvvisamente, come “una lingua di fuoco o un’infezione”, come scrive in Females, e ha agito su di esso con velocità atipica. E’ stata “con facilità la cosa più impulsiva che abbia mai fatto”, dice.

Come uno spirito che ti possiede, e:

Uscendo dalle sue fantasticherie, sospira e aggiunge: “Ora sono solo in un matrimonio asessuato con me stesso”. Come la descrive, la radice di tutta la sua infelicità – la ragione per cui crede che non ci sia una “cura” per la disforia di genere – è che non sarà mai in grado di soddisfare il suo desiderio più profondo, che non è solo quello di essere una donna, ma quello di essere sempre stata una donna. “Se dovessi scatenare tutta la forza della disforia su un interlocutore, sarebbe Lovecraftiano (mostruoso, ndr) nella scala dell’orrore”, spiega. “Sarebbe come un incubo indescrivibile e tentacolare”. Eppure è quasi divertita dalla tragedia. Dopo tutto, il nostro continuo impegno di fronte a un certo fallimento è una parte essenziale di ciò che significa non essere trans ma un essere umano. “Ci diciamo che l’oggetto ci costringe. Questa persona mi darà quello che volevo, questo lavoro, questa convinzione, questa rottura”, dice. “Ma è il desiderio stesso che ci costringe. È per natura gratuito e senza scopo. Il desiderio infinito di desiderare”.

Chu è all’inferno, guidata dal desiderio, ma non riesce mai a trovare soddisfazione per esso, non importa quanto elaborata si maschererà, e si automutilerà. Un eroe per i nostri tempi moderni liquidi.

Categorie: Gender

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *