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Il suicidio consumatosi il 28 novembre a Trieste con il supporto dell’Azienda sanitaria, non segna solo il triste epilogo della vicenda di Anna, ma evidenzia una serie di pericolose forzature e deviazioni.

Se rispetto alla paziente che ha preferito spegnere anticipatamente la sua vita possiamo esprimere solo umana pietà, rispetto alle deviazioni chiediamo alla magistratura e alle istituzioni le doverose verifiche e precisazioni per evitare che la situazione di far west messa in moto dai radicali continui nella sua deriva.

Quanto è accaduto, infatti, amplia la platea suicidaria ben al di là delle situazioni limite previste dalla Corte costituzionale, aprendo anche a situazioni di malattia la cui sopravvivenza non dipende da sostegni vitali di natura invasiva e tecnologica, con il rischio che il suicidio di stato si estenda alla stanchezza del vivere.

Inoltre, l’intervento del servizio sanitario regionale, che secondo la Consulta avrebbe dovuto limitarsi alla verifica dei requisiti previsti dalla Consulta stessa e del rispetto dignità del paziente nella metodologia della procedura, si è trasformato in un intervento attivo, con messa a disposizione di medici, infermieri, macchine e veleno, sostenendo implicitamente il tentativo dell’Associazione Coscioni di trasformare il suicidio in una prestazione sanitaria.

Che tutti ciò sia avvenuto su richiesta di un magistrato, in deroga a quanto previsto dalla Corte Costituzionale e contro il parere del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, illustra con chiarezza il corto circuito istituzionale che si sta creando, rendendo inutile il dibattito sulla stessa proposta di legge Cappato, applicata di fatto senza essere mai stata approvata.

Per evitare questa deriva un nutrito e qualificato gruppo di cittadini aveva fatto pervenire una diffida ai dirigenti dell’Azienda Sanitaria Giuliano Isontina, inviata per conoscenza anche al Presidente Fedriga, all’Assessore Riccardi e al Procuratore Generale di Trieste.

Chiediamo a questo punto al Procuratore di verificare se non ravvisi estremi di reato per essere stato portato l’aiuto al suicidio in una situazione per la quale la Corte Costituzionale non aveva previsto la depenalizzazione.

Chiediamo anche alle Autorità regionali di verificare se il comportamento delle Autorità sanitarie dell’Azienda Giuliano Isontina sia stato rispettoso del mandato loro affidato dal SSR.

A muoverci è la preoccupazione per i messaggi che questa vicenda fa passare. Ai malati e alle persone fragili viene offerta una via di uscita capace di alleviare la società da ogni responsabilità di accompagnamento e solidarietà verso di loro, un implicito invito a uscire di scena senza disturbare, mentre la vocazione di cura delle istituzione sanitarie esce stravolta dai nuovi compiti di accompagnamento alla morte che vengono loro affidati.